Shoshanna

Ci è riuscito anche questa volta. A fare del Cinema, quello con la C maiuscola, intendo. Ricco di citazioni (da John Ford con “Sentieri selvaggi” a Hitchcock con il “Sospetto”, fino al “Duello al sole” di King Vidor), di suspence, azione e divertimento. Lo ha fatto portando sullo schermo il sogno e la catarsi di un intero secolo sconfiggendo il Male, nero e uncinato, con le fiamme della vendetta e dell’arte. Una favola bella e cruenta, un lieto fine infuocato e purificatore come poteva essere soltanto al cinema, dentro un cinema, grazie al cinema. E’ il nitrato delle pellicole di una sala di Parigi a bruciare vivi Hitler e i suoi demoni. Sono un’ebrea ed il suo uomo negro ad appicare le fiamme. E, ultima trovata di quel bastardo di Tarantino, è un nazista gay a vendere Hitler al nemico. E poi ci sono anche Truffaut, il western, i segni di guerra dei pellerossa, David Bowie. E poi come si fa, dico, a non amare Quentin?

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Vedo con piacere che molti accessi al blog derivano dalla ricerca di informazioni sul “Bookcrossing più grande del mondo” che i Presìdi del Libro organizzano ogni anno a Vercelli.

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Bene, l’appuntamento di quest’anno è per sabato 26 settembre, dalle 9 alle 19 circa, in piazza Cavour. Aperto anche lo Scambialibro: per ogni libro portato, se ne possono prelevare altrettanti. Buona lettura a tutti!

Sorolla

Camminava lungo l’oceano respirando il vento. Lo sguardo si spostava dall’orizzonte alla sabbia bagnata, dove ogni tanto affiorava una conchiglia. Si chinava a raccoglierle. Una l’avrebbe conservata per chi l’aveva accompagnata per mano, da lontano, davanti a quell’immensa meraviglia.

Quando le guardiamo ci avvincono, e ci portano via. Lo dice Manginobrioches, che le ha definite “una porta sull’impossibile”. Sono vera meraviglia. Sono il daimon di chi sa fuggire insieme a loro.

Una porta sull'impossibile

Una porta sull'impossibile

Anche loro sono tigri bianche. Sono Marina Klimova e Sergej Ponomarenko. Campioni di danza nel pattinaggio sul ghiaccio, marito e moglie nella vita. Questo è il libero che li portò alla medaglia d’oro alle olimpiadi del 1992. Da ragazza, quando esistevano ancora TeleMonteCarlo e la tv svizzera (e il pattinaggio sul ghiaccio era un sport di cui si parlava pochissimo, ma si vedeva molto di più), non mi perdevo una gara. Europei, mondiali, olimpiadi… Loro sono sempre stati i miei preferiti. Il mio senso estetico si è formato anche sulle loro esibizioni, così “sturm un drang”, così preraffaellite, così emozionanti. Da vere tigri bianche.

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… un campanile che non sembra vero segna il confine tra la terra e il cielo… (Fabrizio De Andrè)

“Miriàm, sai cos’è la grazia?” “Non di preciso, risposi”.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. E’ la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. E’ un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”.
Erano parole da meritarsi abbracci. Restammo sdraiati senza una carezza. Ci pensai un poco e risposi per gioco: “Tu sei innamorato cotto, Iosef”.

Queste sono le parole che – leggendo “In nome della madre” per intervistare Erri De Luca prima del debutto dello spettacolo tratto dal libro – mi hanno più colpito. Perché sono parole che si scambiano un uomo e una donna che si amano, poco importa che si chiamino Miriàm e Iosef.

Anche sentendole recitare, oggi pomeriggio alla prima, mi hanno emozionato. Lo spettacolo è proprio come il libro. L’attrice che interprete Miriàm, Sara Cianfriglia, è straordinaria.

Essere madre sicuramente è una condizione privilegiata per accogliere il testo di Erri De Luca. Ma questo, come direbbe lui, è un valore che non ho conosciuto.

Lui, in camerino come al telefono, è una persona schiva, disponibile. Ed è uno che quando stringe (forte) la mano guarda dritto dritto negli occhi. E arriva.

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L’intervista, è questa.

La Maria, anzi la Miriàm di Erri De Luca, è sì la protagonista di una storia che «resta misteriosa e sacra», ma è soprattutto una donna, una donna che racconta «con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille». E che dalle pagine di «In nome della madre» si materializza ora sul palcoscenico, quasi presa per mano dal suo autore, in uno spettacolo che debutta domenica alle 17 al Teatro Civico di Vercelli con il marchio della Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte.
Come nasce «Provando in nome della madre»?
«Per trasportare il libro in scena abbiamo pensato a vere e proprie prove, che vedono i due attori (Sara Cianfriglia nel ruolo di Miriàm e Simone Gandolfo nei doppi panni di regista e di Iosef) e l’autore seduti intorno ad un tavolo a commentare il testo. A poco a poco ci si affranca dalla lettura, e si arriva al vero teatro».
Lei, noto per essere uno scrittore piuttosto riservato, è quindi in scena a interpretare se stesso. E’ stato difficile?
«Vengo da un’esperienza simile, e gratificante, con ‘Chisciotte e gli invisibili’. E penso che chi racconta e pubblica non abbia il diritto di considerarsi riservato. Anzi, è spudorato. Ma nell’affrontare questa storia non ci permetteremo insolenze. Non si vedranno pancioni finti, per intenderci».
Il debutto in un teatro di provincia. Perché?
«E’ sempre bene partire dalla periferia e fare il viaggio al contrario. E poi gli attori sono liguri, la produzione piemontese: Vercelli era perfetta per le prove».
Uomo e non credente. Perché questo interesse per la figura della madre di Gesù?
«Sono un grande appassionato della storia sacra, tutta. E non è necessario essere credenti per trovare nelle Sacre Scritture una temperatura che non esiste in nessuna letteratura. Sono parole incandescenti, non per niente hanno fondato una civiltà che dura da migliaia di anni. Ma anche il ruolo di Giuseppe è fondamentale. Sposando Maria la riscatta dal reato di adulterio, ed è iscrivendo Gesù a suo nome che lo ascrive alla discendenza di Davide».
Stupefacente anche la sua capacità di immedesimarsi nel ruolo di madre, soprattutto nelle pagine del travaglio e del parto. Un gruppo di mamme di Vercelli ha addirittura utilizzato il suo libro come una sorta di manuale. Come ha fatto?
«Posso solo dire di essere stato un clandestino a bordo per nove mesi. E sapevo tutto quello che accadeva intorno a me, il sangue ed i pensieri. Mi sento di affermare di non aver mai avuto percezioni così precise come quando ero là dentro».
Lo spettacolo si avvale della collaborazione di Gianmaria Testa e delle musiche di Fabrizio De Andrè. Che ruolo hanno nello spettacolo?
«Lo spettacolo sarà diviso in quattro ‘stanze’, intervallate da momenti di buio. La musica sarà la protagonista di questi passaggi, con dei brani creati apposta per lo spettacolo e con l’Ave Maria di De Andrè interpretata da Gianmaria Testa. La buona novella non è stata fonte di ispirazione per la stesura del testo, ma quando si è trattato di pensare alle musiche ci è parsa la scelta più naturale».

La liseuse - J.J. Henner

La liseuse - Jean Jacques Henner (1883)

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto, produce destini…

(Patrizia Valduga – Medicamenta e altri Medicamenta)