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Vedo con piacere che molti accessi al blog derivano dalla ricerca di informazioni sul “Bookcrossing più grande del mondo” che i Presìdi del Libro organizzano ogni anno a Vercelli.

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Bene, l’appuntamento di quest’anno è per sabato 26 settembre, dalle 9 alle 19 circa, in piazza Cavour. Aperto anche lo Scambialibro: per ogni libro portato, se ne possono prelevare altrettanti. Buona lettura a tutti!

“Miriàm, sai cos’è la grazia?” “Non di preciso, risposi”.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. E’ la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. E’ un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”.
Erano parole da meritarsi abbracci. Restammo sdraiati senza una carezza. Ci pensai un poco e risposi per gioco: “Tu sei innamorato cotto, Iosef”.

Queste sono le parole che – leggendo “In nome della madre” per intervistare Erri De Luca prima del debutto dello spettacolo tratto dal libro – mi hanno più colpito. Perché sono parole che si scambiano un uomo e una donna che si amano, poco importa che si chiamino Miriàm e Iosef.

Anche sentendole recitare, oggi pomeriggio alla prima, mi hanno emozionato. Lo spettacolo è proprio come il libro. L’attrice che interprete Miriàm, Sara Cianfriglia, è straordinaria.

Essere madre sicuramente è una condizione privilegiata per accogliere il testo di Erri De Luca. Ma questo, come direbbe lui, è un valore che non ho conosciuto.

Lui, in camerino come al telefono, è una persona schiva, disponibile. Ed è uno che quando stringe (forte) la mano guarda dritto dritto negli occhi. E arriva.

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L’intervista, è questa.

La Maria, anzi la Miriàm di Erri De Luca, è sì la protagonista di una storia che «resta misteriosa e sacra», ma è soprattutto una donna, una donna che racconta «con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille». E che dalle pagine di «In nome della madre» si materializza ora sul palcoscenico, quasi presa per mano dal suo autore, in uno spettacolo che debutta domenica alle 17 al Teatro Civico di Vercelli con il marchio della Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte.
Come nasce «Provando in nome della madre»?
«Per trasportare il libro in scena abbiamo pensato a vere e proprie prove, che vedono i due attori (Sara Cianfriglia nel ruolo di Miriàm e Simone Gandolfo nei doppi panni di regista e di Iosef) e l’autore seduti intorno ad un tavolo a commentare il testo. A poco a poco ci si affranca dalla lettura, e si arriva al vero teatro».
Lei, noto per essere uno scrittore piuttosto riservato, è quindi in scena a interpretare se stesso. E’ stato difficile?
«Vengo da un’esperienza simile, e gratificante, con ‘Chisciotte e gli invisibili’. E penso che chi racconta e pubblica non abbia il diritto di considerarsi riservato. Anzi, è spudorato. Ma nell’affrontare questa storia non ci permetteremo insolenze. Non si vedranno pancioni finti, per intenderci».
Il debutto in un teatro di provincia. Perché?
«E’ sempre bene partire dalla periferia e fare il viaggio al contrario. E poi gli attori sono liguri, la produzione piemontese: Vercelli era perfetta per le prove».
Uomo e non credente. Perché questo interesse per la figura della madre di Gesù?
«Sono un grande appassionato della storia sacra, tutta. E non è necessario essere credenti per trovare nelle Sacre Scritture una temperatura che non esiste in nessuna letteratura. Sono parole incandescenti, non per niente hanno fondato una civiltà che dura da migliaia di anni. Ma anche il ruolo di Giuseppe è fondamentale. Sposando Maria la riscatta dal reato di adulterio, ed è iscrivendo Gesù a suo nome che lo ascrive alla discendenza di Davide».
Stupefacente anche la sua capacità di immedesimarsi nel ruolo di madre, soprattutto nelle pagine del travaglio e del parto. Un gruppo di mamme di Vercelli ha addirittura utilizzato il suo libro come una sorta di manuale. Come ha fatto?
«Posso solo dire di essere stato un clandestino a bordo per nove mesi. E sapevo tutto quello che accadeva intorno a me, il sangue ed i pensieri. Mi sento di affermare di non aver mai avuto percezioni così precise come quando ero là dentro».
Lo spettacolo si avvale della collaborazione di Gianmaria Testa e delle musiche di Fabrizio De Andrè. Che ruolo hanno nello spettacolo?
«Lo spettacolo sarà diviso in quattro ‘stanze’, intervallate da momenti di buio. La musica sarà la protagonista di questi passaggi, con dei brani creati apposta per lo spettacolo e con l’Ave Maria di De Andrè interpretata da Gianmaria Testa. La buona novella non è stata fonte di ispirazione per la stesura del testo, ma quando si è trattato di pensare alle musiche ci è parsa la scelta più naturale».

Leggo sempre i lanci di copertina. Non che mi fidi ciecamente, ma li leggo. Quello di “Carne e sangue” dice: C’è così tanta esperienza in questo romanzo. Psichiatri, psicologi, sociologi, abbandonate i vostri manuali… passate alla letteratura, e coglietene il succo (Le Monde). E poi, sulla quarta: Dalla prima pagina del romanzo, senti di essere nelle mani di uno scrittore di inusuale talento. Le parole creano un mondo più vivido, più chiaramente percepibile, più definito di quello in cui giornalmente cammini.

Tutto vero.

Perché Cunningham è uno che, ad esempio, descrive i rapporti familiari con pennellate così:

Il padre di Ben aveva parcheggiato e stava scendendo. Portava con sè il suo austero spirito di sacrificio, la sua infinita virtù. Ben corse da lui ed entrò nella sua bontà, nel suo rigore e nel suo lavoro quotidiano. Per un attimo furono entrambi la stessa persona. Poi suo padre disse “Ehi, socio, come va?” e il suono della sua voce fu sufficiente a separarli. Il padre di Ben viveva una vita d’attese, Ben era ciò che lui aspettava.

E nei suoi libri le persone si innamorano così:

Con un misto d’orgoglio e di simpatia, Will posò una mano sulle ossute complicazioni del pallido ginocchio di Harry.

Poi ti fa immedesimare e sorridere scrivendo dialoghi come questo:

- Sono incespicato. C’erano altre persone intorno. E io, sai, non so mai bene come riprendermi quando mi capita una cosa del genere. Non riesco mai a decidere. Proseguire come se non fosse successo niente? Sorridere scuotendo il capo? Voltarsi a guardare cosa t’ha fatto cadere?

- Puoi sempre sederti a piangere sul marciapiede.

e battute come questa:

L’amore ha una brutta fama. A chi non farebbe paura dopo tutti quei film?

e questa:

Sinceramente, come hai fatto a cavartela in tutto questo tempo senza mascara impermeabile e senza umorismo?

Ho iniziato a segnarmi alcuni passaggi, così, poi verso la fine ho smesso, perché erano intere pagine.

Zoe e gli alberi, ad esempio.

La cosa sorprendente è che, anche se i temi che tratta sono tutti belli tosti (legami familiari, omosessualità, amore, dolore, morte), non è tanto quello che racconta che ti colpisce, ma come lo racconta. E come scrive Cunningham, (secondo me), è Letteratura.

Immagini dal Bookcrossing più grande del mondo di ieri.

Buttare via i libri è un peccato. Dimenticarli in cantina (se non è una pura questione di spazio ma un incitamento alla muffa), pure. E poi ci sono i doppioni, i regali sbagliati, i libri che dopo dieci anni non hanno più niente da dirci (capita), la raccolta di classici della prozia defunta di cui non si sa che fare, i traslochi…

Già, i libri dimenticati sono un inutile spreco, un patrimonio prezioso che può fare la felicità di molti. Con questa idea, circa cinque anni fa, i Presìdi del libro di Vercelli lanciarono un appello tramite giornali e radio perché chiunque avesse in casa libri “inutilizzati” li portasse a centri di raccolta opportunamente organizzati. Incredibile… come per miracolo iniziarono ad arrivare migliaia di volumi, che furono destinati a carceri, comunità alloggio, ospedali, case di riposo e piccole biblioteche di quartiere. Un vero successo che fece germogliare un progetto un po’ folle…

Smaltita la prima ondata, la raccolta riprese infatti nello stesso modo, ma questa volta destinando i volumi alla prima edizione del Bookcrossing più grande del mondo, (che si tenne il 24 settembre 2005, in occasione della Festa del Lettore organizzata dai Presìdi del Libro in tutta Italia). L’anno successivo la seconda edizione venne organizzata quasi spontaneamente, sulla base del successo della prima: oltre 6000 volumi di ogni genere messi “in libertà”. Il regolamento del Bookcrossing vercellese è semplice: ogni libro “liberato” ha un’etichetta che ne spiega la provenienza e illustra le regole del bookcrossing (lasciare che il libro, una volta letto, continui il suo viaggio in cerca di altri lettori). Un apposito stand permette di portare i propri libri inutilizzati direttamente in piazza, e di prelevarne altrettanti. L’anno scorso, per la quarta edizione, ci sono stati ospiti come Marino Sinibaldi (il padrino di tutti i bookcrossing d’Italia!) e Laura Bosio.

Autori più o meno esordienti iniziano ad arrivare da tutta Italia per “liberare” copie dei loro libri…

La quarta edizione è in programma sabato 20, in piazza Cavour a Vercelli, dalle 10 alle 19 circa. Io ci sarò.

A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono a ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre le stesse in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra delle stesse tende scacciamosche, offerte con gli stessi ribassi di presso menzogneri. Non solo a vendere e a comprare si viene a Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti” – gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno di Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

Sempre a proposito di musica… Eufemia è sempre stata la mia preferita tra le Città invisibili di Calvino. Rientra nelle serie de “Le città e gli scambi”. Se dovessi dare un secondo nome al blog sarebbe proprio questo: Eufemia.

Un grande autore, io credo, si riesce a valutarlo leggendo alcune sue pagine a ritmi lenti, come una musica che si vuol risentire. Più volte.

Questo commento di Remo al post precedente mi ha subito fatto venire in mente due autori, che infatti avevo citato nella discussione. Su di me sortisce l’effetto-musica soprattutto Gabriel García Márquez. La mia impressione è che come usa aggettivi e similitudini lui, non li usa nessuno. Potrei aprire una pagina a caso di “Cent’anni di solitudine” per fare un esempio, ma l’incipit resta secondo me uno dei migliori che abbia mai letto:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ede enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, eper citarle bisognava indicarle col dito.

(Per un attimo sono stata tentata a riportare anche il finale di “L’amore ai tempi del colera”, ma non potrei mai farlo, i finali sono sacri!)

E poi mi sono venute in mente tre pagine di “Storia dell’assedio di Lisbona” di Saramago. Impossibile, visto lo stile, estrapolarne anche solo una frase. Sono tre pagine che vanno ascoltate tutte d’un fiato. Descrivono il momento in cui Raimundo Silva e Maria Sara fanno l’amore per la prima volta (ops, sarà mica spoiler?). Penso sia la scena di sesso più bella che abbia mai letto. Per chi avesse l’edizione dei tascabili Einaudi si va da pag. 283 a pag. 285.

Dopo la discussione sui maggiori autori stranieri viventi che ha preso vita ieri sul blog di Remo, ho pensato ad Amos Oz e a quanto mi avesso colpito la sua voluminosa e toccante autobiografia Una storia di amore e di tenebra. E’ per ora l’unico suo libro che ho letto, ma è stato sufficiente per farmi pensare a lui come a uno dei più grandi scrittori viventi. Ricordavo di aver segnato parecchi brani durante la lettura, due in particolare proprio sui libri. Eccoli:

Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. A dire le cose come stavano, concesse una trentina di centimetri, cioè più o meno un quarto dello scaffale più basso. Io abbracciai tutti i miei tomi, che sino a quel giorno erano rimasti adagiati sullo sgabello accanto al letto, li portai così sino alla libreria di papà, e li disposi in piedi, per benino, il dorso rivolto al mondo esterno e il volto contro il muro. Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi.

Un giorno, avrò avuto sette otto anni, eravamo seduti al penultimo posto dell’autobus, diretti forse all’ambulatorio forse a un negozio di scarpe per bambini, mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale. Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finché un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l’hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno. Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai.

Il rapporto di Oz con l’oggetto-libro e le figure dei genitori sono i temi portanti di tutta l’autobiografia. Il primo brano mi fa molta tenerezza. Il secondo… beh, io tenderei ad essere leggermente più ottimista riguardo ai rapporti umani, ma immagino che un fondo di verità ci sia.