illuminazioni


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Sono tendenzialmente un tipo primaverile. Il passaggio all’ora solare è per me fonte di trauma, e d’inverno ho sempre freddo. Ma ci sono certe giornate d’autunno che mi mettono in pace con il mondo. Quando il cielo è azzurro ma proprio azzurro, l’aria tersa e frizzante, il sole quasi invadente, e gli alberi hanno mille colori. Non lo sapevo, ma quest’ultimo fenomeno ha anche un nome, e pare sia la moda del momento. Arriva dagli Stati Uniti, dove in realtà è in voga da secoli (fortuna loro la materia prima non manca), e sta lentamente conquistando il resto del mondo. Si chiama “fall foliage”, per comodità “foliage” e basta. E’ l’arte di essere sensibili alle foglie, di incantarsi di fronte al mutare dei loro colori. Un’esperienza al confine tra la botanica, il turismo e l’estetica. Senza saperlo, la pratico da sempre. Poco turismo, però. Nel senso che per il mio foliage quotidiano, d’autunno, mi basta andare nel parco più bello della mia città.

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Fortunata, eh?

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Oggi ho scoperto che bere una Tennent’s Super in pausa pranzo può avere effetti collaterali imprevedibili. Ad esempio amplificare quella strana e inaspettata leggerezza che mi pervade da qualche giorno, che mi ha aiutato a buttare all’aria un po’ di paletti mentali e di sovrastrutture, che mi ha spinto a scoprire un lato di me che avevo dimenticato. Quello che si lascia andare. La Tennent’s Super ha amplificato. Una persona preziosa ha fatto tutto il resto.

E’ che a volte semplicemente ci si riconosce. Se dividi il mondo a metà sai che quella persona sta nella parte giusta. Sai che non solo ti ha vista ma ti ha pure guardata. Sai che non devi spiegare più di tanto perché ha già capito. Ma se hai voglia di raccontare ti ascolta. E se pensa che hai sbagliato te lo dice. Potrebbe essere questa, l’amicizia. Che non è poi molto diversa dall’amore. E’ che l’amore (oltre a quella faccenda del sesso) ti aspetti anche che finisca, perché fa parte del gioco. E che ti faccia stare male, perché fa parte del gioco pure quello. L’amicizia no. Detta così, pensi di avere molti più conoscenti che amici. Ma anche gli ottimi conoscenti non sono male. E’ solo che gli amici sono meglio.

Io non posso ballare sulle punte,
nessuno mi ha insegnato.
Ma spesso mi pervade
un tale ardore

che se fossi esperta di balletto
esploderei in piroette
da fare impallidire la prima donna.
E la sua compagnia.

E benché non abbia una tunica di tulle
né ricci nei capelli
benché non sappia saltellare
in pubblico come gli uccelli
con la zampa in aria,

né slanciarmi in batuffoli di piume
né scivolare su ruote di neve
fino a svanire in suoni
a farmi applaudire dai presenti,

benché nessuno conosca il mio talento
ch’io qui descrivo con tanta facilità
e nessun cartellone mi faccia propaganda
qui c’è un pienone come all’Opera.

Atticus e Scout

Atticus e Scout (1962)

Non ho mai sopportato le domande del tipo «Qual è il tuo libro/film/canzone preferito?». Ma santo cielo, come si fa a rispondere? Sarebbe già un’impresa individuare i primi cinque, o dieci. Ma ultimamente nel settore cinematografico ho sviluppato una stupefacente sicurezza nel cavarmi d’impaccio. Se proprio proprio devo dire un titolo, ed uno solo, non ho dubbi: è Il buio oltre la siepe. I motivi sono innumerevoli: è una delle migliori trasposizioni cinematografiche mai realizzate (più che all’altezza del bellissimo romanzo di formazione To Kill a Mockingbird di Harper Lee da cui è tratto), si avvale di un Gregory Peck da Oscar (l’unico, oltre quello alla carriera), di una fotografia da manuale e di titoli di testa che entrarono subito nella storia del cinema per l’originalità. La giovane Mary Badham che interpreta Scout è semplicemente meravigliosa (fu candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista), e i temi trattati (giustizia, rispetto per il diverso, razzismo, rapporto padre/figli, la linea d’ombra…) sono tutti dei signori temi.

E poi c’è il fatto che ogni volta che lo vedo, inevitabilmente, mi commuovo. Sempre allo stesso punto. Alla fine, quando la voce narrante (Scout da grande) dice: «Boo era nostro vicino. Ci aveva regalato due bambole di sapone, un orologio rotto con la catena, una paio di monetine portafortuna. E le nostre vite».

Una voce narrante perfetta, dolcissima. Che mi provoca una sorta di effetto pavloviano: la sento, e mi commuovo.

Adesso ho scoperto perché.

La voce è di Lydia Simoneschi, una delle più grandi doppiatrici italiane di tutti i tempi.

E’ stata la voce ufficiale di Vivien Leigh (sì, anche di Rossella O’Hara),  di Jennifer Jones (quanto ho pianto per L’amore è una cosa meravigliosa…), Susan Hayward, Barbara Stanwyck, Maureen O’Hara (anche in Un uomo tranquillo), di Ingrid Bergman in quasi tutti i film a partire da quelli di Hitchcock, di Bette Davis, Joan Fontaine, Deborah Kerr, Paulette Goddard… Solo per citare le più note.

E come se non bastasse è stata la voce di Katharine Hepburn ne Il mago della pioggia, che nei miei “primi dieci” ci entra sicuramente.

Burt Lancaster e Katharine Hepburn

Burt Lancaster e Katharine Hepburn

Ha doppiato anche attrici brillanti come Angela Lansbury in Pomi d’ottone e manici di scopa e Lucille Ball. E’ stata la voce di Donna Reed in La vita è meravigliosa, e di Simone Signoret in Casco d’oro. Ha dato voce anche a diverse attrici italiane, da Sophia Loren (in ben otto film) ad Alida Valli (in cinque, tra cui Il caso Paradine). E’ stata la voce di Silvana Mangano in  Riso amaro, e ancora di Valentina Cortese, Silvana Pampanini, Eleonora Rossi Drago…

E anche se la voce narrante ne Il buio oltre la siepe resterà per me la sua performance migliore, non dimentichiamo che nei cartoni animati di Walt Disney parlano grazie a lei la Fata Turchina di Pinocchio, la mamma di Bambi, la fata Flora della Bella addormentata nel bosco, la Fata Smemorina di Cenerentola, Maga Magò de La spada nella roccia e Lady Cocca in Robin Hood.

Lady Cocca

Lady Cocca

Non so se mi spiego.