Novembre 2008


“Miriàm, sai cos’è la grazia?” “Non di preciso, risposi”.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. E’ la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. E’ un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”.
Erano parole da meritarsi abbracci. Restammo sdraiati senza una carezza. Ci pensai un poco e risposi per gioco: “Tu sei innamorato cotto, Iosef”.

Queste sono le parole che – leggendo “In nome della madre” per intervistare Erri De Luca prima del debutto dello spettacolo tratto dal libro – mi hanno più colpito. Perché sono parole che si scambiano un uomo e una donna che si amano, poco importa che si chiamino Miriàm e Iosef.

Anche sentendole recitare, oggi pomeriggio alla prima, mi hanno emozionato. Lo spettacolo è proprio come il libro. L’attrice che interprete Miriàm, Sara Cianfriglia, è straordinaria.

Essere madre sicuramente è una condizione privilegiata per accogliere il testo di Erri De Luca. Ma questo, come direbbe lui, è un valore che non ho conosciuto.

Lui, in camerino come al telefono, è una persona schiva, disponibile. Ed è uno che quando stringe (forte) la mano guarda dritto dritto negli occhi. E arriva.

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L’intervista, è questa.

La Maria, anzi la Miriàm di Erri De Luca, è sì la protagonista di una storia che «resta misteriosa e sacra», ma è soprattutto una donna, una donna che racconta «con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille». E che dalle pagine di «In nome della madre» si materializza ora sul palcoscenico, quasi presa per mano dal suo autore, in uno spettacolo che debutta domenica alle 17 al Teatro Civico di Vercelli con il marchio della Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte.
Come nasce «Provando in nome della madre»?
«Per trasportare il libro in scena abbiamo pensato a vere e proprie prove, che vedono i due attori (Sara Cianfriglia nel ruolo di Miriàm e Simone Gandolfo nei doppi panni di regista e di Iosef) e l’autore seduti intorno ad un tavolo a commentare il testo. A poco a poco ci si affranca dalla lettura, e si arriva al vero teatro».
Lei, noto per essere uno scrittore piuttosto riservato, è quindi in scena a interpretare se stesso. E’ stato difficile?
«Vengo da un’esperienza simile, e gratificante, con ‘Chisciotte e gli invisibili’. E penso che chi racconta e pubblica non abbia il diritto di considerarsi riservato. Anzi, è spudorato. Ma nell’affrontare questa storia non ci permetteremo insolenze. Non si vedranno pancioni finti, per intenderci».
Il debutto in un teatro di provincia. Perché?
«E’ sempre bene partire dalla periferia e fare il viaggio al contrario. E poi gli attori sono liguri, la produzione piemontese: Vercelli era perfetta per le prove».
Uomo e non credente. Perché questo interesse per la figura della madre di Gesù?
«Sono un grande appassionato della storia sacra, tutta. E non è necessario essere credenti per trovare nelle Sacre Scritture una temperatura che non esiste in nessuna letteratura. Sono parole incandescenti, non per niente hanno fondato una civiltà che dura da migliaia di anni. Ma anche il ruolo di Giuseppe è fondamentale. Sposando Maria la riscatta dal reato di adulterio, ed è iscrivendo Gesù a suo nome che lo ascrive alla discendenza di Davide».
Stupefacente anche la sua capacità di immedesimarsi nel ruolo di madre, soprattutto nelle pagine del travaglio e del parto. Un gruppo di mamme di Vercelli ha addirittura utilizzato il suo libro come una sorta di manuale. Come ha fatto?
«Posso solo dire di essere stato un clandestino a bordo per nove mesi. E sapevo tutto quello che accadeva intorno a me, il sangue ed i pensieri. Mi sento di affermare di non aver mai avuto percezioni così precise come quando ero là dentro».
Lo spettacolo si avvale della collaborazione di Gianmaria Testa e delle musiche di Fabrizio De Andrè. Che ruolo hanno nello spettacolo?
«Lo spettacolo sarà diviso in quattro ‘stanze’, intervallate da momenti di buio. La musica sarà la protagonista di questi passaggi, con dei brani creati apposta per lo spettacolo e con l’Ave Maria di De Andrè interpretata da Gianmaria Testa. La buona novella non è stata fonte di ispirazione per la stesura del testo, ma quando si è trattato di pensare alle musiche ci è parsa la scelta più naturale».

La liseuse - J.J. Henner

La liseuse - Jean Jacques Henner (1883)

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto, produce destini…

(Patrizia Valduga – Medicamenta e altri Medicamenta)

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Sono tendenzialmente un tipo primaverile. Il passaggio all’ora solare è per me fonte di trauma, e d’inverno ho sempre freddo. Ma ci sono certe giornate d’autunno che mi mettono in pace con il mondo. Quando il cielo è azzurro ma proprio azzurro, l’aria tersa e frizzante, il sole quasi invadente, e gli alberi hanno mille colori. Non lo sapevo, ma quest’ultimo fenomeno ha anche un nome, e pare sia la moda del momento. Arriva dagli Stati Uniti, dove in realtà è in voga da secoli (fortuna loro la materia prima non manca), e sta lentamente conquistando il resto del mondo. Si chiama “fall foliage”, per comodità “foliage” e basta. E’ l’arte di essere sensibili alle foglie, di incantarsi di fronte al mutare dei loro colori. Un’esperienza al confine tra la botanica, il turismo e l’estetica. Senza saperlo, la pratico da sempre. Poco turismo, però. Nel senso che per il mio foliage quotidiano, d’autunno, mi basta andare nel parco più bello della mia città.

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Fortunata, eh?

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Ci sono donne che preferiscono farsi asportare entrambi i seni – sani – piuttosto che correre il rischio di affrontare un tumore, e tutto ciò che la malattia comporta. A livello fisico ma soprattutto psicologico. Perché queste donne sanno che il corpo può guarire dal cancro, ma hanno paura che la (loro) mente non lo farà mai. Esistono donne che preferiscono un’operazione invasiva, una mutilazione permanente, un comunque inevitabile trauma psicologico, alla sola possibilità di essere “una che ha avuto il cancro”. Questo vuol dire che i fantasmi legati al cancro sono ancora molto più forti della malattia stessa. Gli stessi fantasmi che solo qualche decennio fa impedivano perfino di pronunciarne il nome, che hanno portato a coniare espressioni come “un brutto male” o “il male del secolo”, che creano ancora imbarazzo e timore al solo parlarne. I fantasmi che evocano morte, che alimentano il tabù, che evitano le domande. Sì, perché pare che quando si parla del proprio cancro a qualcuno, quando si ha la fortuna di imbattersi in occhi in grado di ascoltare, quel qualcuno comunque non farà MAI domande. Ascolterà in silenzio, magari si commuoverà un pochino, al massimo esclamerà qualcosa tipo “accidenti”, ti guarderà in modo diverso, anche solo per un attimo, ma non ti chiederà niente. Evidentemente non esistono curiosità intorno al cancro. Si crede di sapere, forse, oppure non si vuole farlo. Magari si teme di essere troppo indiscreti, di avanzare su un terreno minato, e di non poter osare altro, dopo essere stati ammessi in un luogo tanto doloroso e privato. Ma non è così. Non sempre, almeno. Le domande sono sempre importanti. Soprattutto quando si è sicuri di poter rispondere.