“Miriàm, sai cos’è la grazia?” “Non di preciso, risposi”.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. E’ la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. E’ un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”.
Erano parole da meritarsi abbracci. Restammo sdraiati senza una carezza. Ci pensai un poco e risposi per gioco: “Tu sei innamorato cotto, Iosef”.
Queste sono le parole che – leggendo “In nome della madre” per intervistare Erri De Luca prima del debutto dello spettacolo tratto dal libro – mi hanno più colpito. Perché sono parole che si scambiano un uomo e una donna che si amano, poco importa che si chiamino Miriàm e Iosef.
Anche sentendole recitare, oggi pomeriggio alla prima, mi hanno emozionato. Lo spettacolo è proprio come il libro. L’attrice che interprete Miriàm, Sara Cianfriglia, è straordinaria.
Essere madre sicuramente è una condizione privilegiata per accogliere il testo di Erri De Luca. Ma questo, come direbbe lui, è un valore che non ho conosciuto.
Lui, in camerino come al telefono, è una persona schiva, disponibile. Ed è uno che quando stringe (forte) la mano guarda dritto dritto negli occhi. E arriva.
L’intervista, è questa.
La Maria, anzi la Miriàm di Erri De Luca, è sì la protagonista di una storia che «resta misteriosa e sacra», ma è soprattutto una donna, una donna che racconta «con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille». E che dalle pagine di «In nome della madre» si materializza ora sul palcoscenico, quasi presa per mano dal suo autore, in uno spettacolo che debutta domenica alle 17 al Teatro Civico di Vercelli con il marchio della Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte.
Come nasce «Provando in nome della madre»?
«Per trasportare il libro in scena abbiamo pensato a vere e proprie prove, che vedono i due attori (Sara Cianfriglia nel ruolo di Miriàm e Simone Gandolfo nei doppi panni di regista e di Iosef) e l’autore seduti intorno ad un tavolo a commentare il testo. A poco a poco ci si affranca dalla lettura, e si arriva al vero teatro».
Lei, noto per essere uno scrittore piuttosto riservato, è quindi in scena a interpretare se stesso. E’ stato difficile?
«Vengo da un’esperienza simile, e gratificante, con ‘Chisciotte e gli invisibili’. E penso che chi racconta e pubblica non abbia il diritto di considerarsi riservato. Anzi, è spudorato. Ma nell’affrontare questa storia non ci permetteremo insolenze. Non si vedranno pancioni finti, per intenderci».
Il debutto in un teatro di provincia. Perché?
«E’ sempre bene partire dalla periferia e fare il viaggio al contrario. E poi gli attori sono liguri, la produzione piemontese: Vercelli era perfetta per le prove».
Uomo e non credente. Perché questo interesse per la figura della madre di Gesù?
«Sono un grande appassionato della storia sacra, tutta. E non è necessario essere credenti per trovare nelle Sacre Scritture una temperatura che non esiste in nessuna letteratura. Sono parole incandescenti, non per niente hanno fondato una civiltà che dura da migliaia di anni. Ma anche il ruolo di Giuseppe è fondamentale. Sposando Maria la riscatta dal reato di adulterio, ed è iscrivendo Gesù a suo nome che lo ascrive alla discendenza di Davide».
Stupefacente anche la sua capacità di immedesimarsi nel ruolo di madre, soprattutto nelle pagine del travaglio e del parto. Un gruppo di mamme di Vercelli ha addirittura utilizzato il suo libro come una sorta di manuale. Come ha fatto?
«Posso solo dire di essere stato un clandestino a bordo per nove mesi. E sapevo tutto quello che accadeva intorno a me, il sangue ed i pensieri. Mi sento di affermare di non aver mai avuto percezioni così precise come quando ero là dentro».
Lo spettacolo si avvale della collaborazione di Gianmaria Testa e delle musiche di Fabrizio De Andrè. Che ruolo hanno nello spettacolo?
«Lo spettacolo sarà diviso in quattro ‘stanze’, intervallate da momenti di buio. La musica sarà la protagonista di questi passaggi, con dei brani creati apposta per lo spettacolo e con l’Ave Maria di De Andrè interpretata da Gianmaria Testa. La buona novella non è stata fonte di ispirazione per la stesura del testo, ma quando si è trattato di pensare alle musiche ci è parsa la scelta più naturale».





