Un grande autore, io credo, si riesce a valutarlo leggendo alcune sue pagine a ritmi lenti, come una musica che si vuol risentire. Più volte.
Questo commento di Remo al post precedente mi ha subito fatto venire in mente due autori, che infatti avevo citato nella discussione. Su di me sortisce l’effetto-musica soprattutto Gabriel García Márquez. La mia impressione è che come usa aggettivi e similitudini lui, non li usa nessuno. Potrei aprire una pagina a caso di “Cent’anni di solitudine” per fare un esempio, ma l’incipit resta secondo me uno dei migliori che abbia mai letto:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ede enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, eper citarle bisognava indicarle col dito.
(Per un attimo sono stata tentata a riportare anche il finale di “L’amore ai tempi del colera”, ma non potrei mai farlo, i finali sono sacri!)
E poi mi sono venute in mente tre pagine di “Storia dell’assedio di Lisbona” di Saramago. Impossibile, visto lo stile, estrapolarne anche solo una frase. Sono tre pagine che vanno ascoltate tutte d’un fiato. Descrivono il momento in cui Raimundo Silva e Maria Sara fanno l’amore per la prima volta (ops, sarà mica spoiler?). Penso sia la scena di sesso più bella che abbia mai letto. Per chi avesse l’edizione dei tascabili Einaudi si va da pag. 283 a pag. 285.







