Settembre 2008


Un grande autore, io credo, si riesce a valutarlo leggendo alcune sue pagine a ritmi lenti, come una musica che si vuol risentire. Più volte.

Questo commento di Remo al post precedente mi ha subito fatto venire in mente due autori, che infatti avevo citato nella discussione. Su di me sortisce l’effetto-musica soprattutto Gabriel García Márquez. La mia impressione è che come usa aggettivi e similitudini lui, non li usa nessuno. Potrei aprire una pagina a caso di “Cent’anni di solitudine” per fare un esempio, ma l’incipit resta secondo me uno dei migliori che abbia mai letto:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ede enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, eper citarle bisognava indicarle col dito.

(Per un attimo sono stata tentata a riportare anche il finale di “L’amore ai tempi del colera”, ma non potrei mai farlo, i finali sono sacri!)

E poi mi sono venute in mente tre pagine di “Storia dell’assedio di Lisbona” di Saramago. Impossibile, visto lo stile, estrapolarne anche solo una frase. Sono tre pagine che vanno ascoltate tutte d’un fiato. Descrivono il momento in cui Raimundo Silva e Maria Sara fanno l’amore per la prima volta (ops, sarà mica spoiler?). Penso sia la scena di sesso più bella che abbia mai letto. Per chi avesse l’edizione dei tascabili Einaudi si va da pag. 283 a pag. 285.

Dopo la discussione sui maggiori autori stranieri viventi che ha preso vita ieri sul blog di Remo, ho pensato ad Amos Oz e a quanto mi avesso colpito la sua voluminosa e toccante autobiografia Una storia di amore e di tenebra. E’ per ora l’unico suo libro che ho letto, ma è stato sufficiente per farmi pensare a lui come a uno dei più grandi scrittori viventi. Ricordavo di aver segnato parecchi brani durante la lettura, due in particolare proprio sui libri. Eccoli:

Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. A dire le cose come stavano, concesse una trentina di centimetri, cioè più o meno un quarto dello scaffale più basso. Io abbracciai tutti i miei tomi, che sino a quel giorno erano rimasti adagiati sullo sgabello accanto al letto, li portai così sino alla libreria di papà, e li disposi in piedi, per benino, il dorso rivolto al mondo esterno e il volto contro il muro. Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi.

Un giorno, avrò avuto sette otto anni, eravamo seduti al penultimo posto dell’autobus, diretti forse all’ambulatorio forse a un negozio di scarpe per bambini, mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale. Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finché un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l’hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno. Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai.

Il rapporto di Oz con l’oggetto-libro e le figure dei genitori sono i temi portanti di tutta l’autobiografia. Il primo brano mi fa molta tenerezza. Il secondo… beh, io tenderei ad essere leggermente più ottimista riguardo ai rapporti umani, ma immagino che un fondo di verità ci sia.

Auguste Rodin, Fugit amor (1887)

Auguste Rodin, Fugit amor (1887)

Atticus e Scout

Atticus e Scout (1962)

Non ho mai sopportato le domande del tipo «Qual è il tuo libro/film/canzone preferito?». Ma santo cielo, come si fa a rispondere? Sarebbe già un’impresa individuare i primi cinque, o dieci. Ma ultimamente nel settore cinematografico ho sviluppato una stupefacente sicurezza nel cavarmi d’impaccio. Se proprio proprio devo dire un titolo, ed uno solo, non ho dubbi: è Il buio oltre la siepe. I motivi sono innumerevoli: è una delle migliori trasposizioni cinematografiche mai realizzate (più che all’altezza del bellissimo romanzo di formazione To Kill a Mockingbird di Harper Lee da cui è tratto), si avvale di un Gregory Peck da Oscar (l’unico, oltre quello alla carriera), di una fotografia da manuale e di titoli di testa che entrarono subito nella storia del cinema per l’originalità. La giovane Mary Badham che interpreta Scout è semplicemente meravigliosa (fu candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista), e i temi trattati (giustizia, rispetto per il diverso, razzismo, rapporto padre/figli, la linea d’ombra…) sono tutti dei signori temi.

E poi c’è il fatto che ogni volta che lo vedo, inevitabilmente, mi commuovo. Sempre allo stesso punto. Alla fine, quando la voce narrante (Scout da grande) dice: «Boo era nostro vicino. Ci aveva regalato due bambole di sapone, un orologio rotto con la catena, una paio di monetine portafortuna. E le nostre vite».

Una voce narrante perfetta, dolcissima. Che mi provoca una sorta di effetto pavloviano: la sento, e mi commuovo.

Adesso ho scoperto perché.

La voce è di Lydia Simoneschi, una delle più grandi doppiatrici italiane di tutti i tempi.

E’ stata la voce ufficiale di Vivien Leigh (sì, anche di Rossella O’Hara),  di Jennifer Jones (quanto ho pianto per L’amore è una cosa meravigliosa…), Susan Hayward, Barbara Stanwyck, Maureen O’Hara (anche in Un uomo tranquillo), di Ingrid Bergman in quasi tutti i film a partire da quelli di Hitchcock, di Bette Davis, Joan Fontaine, Deborah Kerr, Paulette Goddard… Solo per citare le più note.

E come se non bastasse è stata la voce di Katharine Hepburn ne Il mago della pioggia, che nei miei “primi dieci” ci entra sicuramente.

Burt Lancaster e Katharine Hepburn

Burt Lancaster e Katharine Hepburn

Ha doppiato anche attrici brillanti come Angela Lansbury in Pomi d’ottone e manici di scopa e Lucille Ball. E’ stata la voce di Donna Reed in La vita è meravigliosa, e di Simone Signoret in Casco d’oro. Ha dato voce anche a diverse attrici italiane, da Sophia Loren (in ben otto film) ad Alida Valli (in cinque, tra cui Il caso Paradine). E’ stata la voce di Silvana Mangano in  Riso amaro, e ancora di Valentina Cortese, Silvana Pampanini, Eleonora Rossi Drago…

E anche se la voce narrante ne Il buio oltre la siepe resterà per me la sua performance migliore, non dimentichiamo che nei cartoni animati di Walt Disney parlano grazie a lei la Fata Turchina di Pinocchio, la mamma di Bambi, la fata Flora della Bella addormentata nel bosco, la Fata Smemorina di Cenerentola, Maga Magò de La spada nella roccia e Lady Cocca in Robin Hood.

Lady Cocca

Lady Cocca

Non so se mi spiego.

Picasso ritrasse più volte, soprattutto nella prima metà degli anni Trenta, donne intente alla lettura.  Purtroppo della prima non sono riuscita a recuperare titolo né data.
Femme tenant un livre (1932)

Femme tenant un livre (1932)

La lecture (1932)

La lecture (1932)

Femme lisant (1935)

Femme lisant (1935)

Una di loro starà sicuramente leggendo poesie di Federico García Lorca…

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